Dorothea Lange

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La Grande Depressione americana non è lo smarrimento in sè stessi dei cervellotici abitanti di grandi metropoli delle coste protagonisti di tanti film di oggi, ma una grave crisi economica iniziata con il crollo della brosa di Wall Street del ’29.

Non che i ricchi fossero felici di quel che succedeva, ma a farne maggiormente le spese furono, come è buona tradizione, le classi medie e basse. Quelli che lavorano, insomma.

Una delle conseguenze più impressionanti della crisi fu una sorta di nomadismo di massa che raggiunse la cifra di cinque milioni di persone che vagavano senza una meta precisa alla ricerca di lavoro e spinte da stanchezza e disperazione, forse un quarto costituito da giovani.
Un altro tipo di migrazione interna fu l’esodo dei contadini dalla regione delle Grandi Pianure, a causa della sicccità (1934-36), dell’erosione dei terreni e delle tempeste di sabbia che devastarono Oklahoma, Arkansas e zone limitrofe, portando alla miseria migliaia di agricoltori che si videro costretti ad accatastare i pochi averi su vecchie auto e dirigersi ad ovest verso la California.

Effetti ancor più gravi colpirono la popolazione di colore, già emarginata, che perse tutti i modesti progressi fatti dopo la prima guerra mondiale (Roosevelt, temendo di perdere il consenso dei democratici del Sud, non solo si mostrò insensibile alle richieste dei neri in materia di diritti civili, ma rifiutò perfino di apporre la sua firma a un decreto federale contro il linciaggio).
Questo periodo drammatico è descritto da scrittori americani, tra i quali John Steinbeck che in Furore (1939) narra le peripezie di una famiglia durante l’esodo verso la costa occidentale, e documentato nelle immagini di grandi fotografi grazie all’istituzione da parte di Roosevelt della FSA (Farm Security Administration), sulla scia della Rural Resettlement Administration (1935).

La FSA era un centro di committenza fotografica che aveva lo scopo di documentare la recessione agricola e rimase attiva fino al 1943. Tra i fotografi che collaborarono a questo progetto troviamo Walker Evans, Dorothea Lange, Todd Webbs, Arthur Rothstein e altri.

E proprio Dorothea Lange (nella prima foto sul tetto della sua vettura), nata sulla costa orientale (quella di New York, per intenderci) e trasferitasi  – dopo una vita non semplice a causa dell’abbandono del padre e di una poliomielite che la lascerà claudicante – sulla costa occidentale (quella di San Francisco), ritrarrà migliaia di suoi connazionali che ripetono il suo stesso percorso qualche anno dopo, fuggendo dalla miseria delle grandi praterie del centro in cerca di fortuna nel grande West.

Ecco come, anni dopo, racconterà il più famoso dei suoi ritratti, “Migrant Mother” , scattata in California negli anni ’30:

migrant mother

“Vidi quella madre affamata e disperata e mi avvicinai a lei come attratta da una calamita. Non ricordo come le spiegai la mia presenza e la mia macchina fotografica, ma ricordo che non mi fece domande. Eseguii cinque scatti, stringendo sempre di più nella stessa direzione. Non le chiesi il nome, né la sua storia. Mi disse di avere trentadue anni e che vivevano nutrendosi di verdure gelate raccolte nei campi circostanti e di uccelli catturati dai bambini. Aveva appena venduto le ruote della macchina per comprare cibo. Stava là, seduta sotto quella tenda ad un solo lembo con i suoi figli raggruppati attorno a sé e sembrava sapere che le mie foto potevano aiutarla e così lei aiutò me. C’era una sorta di parità in questo.”Fonte: Popular Photography, Feb. 1960.

Se avesse fatto delle domande, però, avrebbe scoperto che il suo soggetto si chiamava Florence Owens Thompson. La signora Thompson, una vedova Cherokee che faceva la contadina e la cameriera part-time, si era fermata nell’accampamento dei raccoglitori di piselli perchè le si era rotta la macchina. Stava aspettando un amico, il suo compagno e padre di uno dei suoi sette figli, che era andato a cercare aiuto. Suo figlio Troy raccontò in seguito:

“Non era possibile che vendessimo le nostre gomme, perchè non ne avevamo da vendere. Le uniche erano sulla vettura sulla quale stavamo viaggiando. Non credo che Dorothea Lange volesse mentire, penso solo che abbia fatto confusione tra storie diverse. Oppure che stesse usando un pò di immaginazione per completare le parti mancanti”.

Pur non essendo accurata nella descrizione dei fatti, “Madre migrante” viene ritenuta una immagine dotata di verità fortemente simbolica ed emotiva, immagine simbolo dell’era della Depressione. (fonte “Educare lo sguardo”, R.Angier, Zanichelli)

Piccola curiosità per i patiti del foto-ritocco: anche in quegli anni era possibile ritoccare leggermente gli scatti agendo sui negativi. Se guardate in basso a destra, in corrispondenza del palo in legno, noterete un alone: si tratta di un pollice, che la fotografa rimosse poichè, distogliendo lo sguardo, rischiava di indebolire il potere della composizione ed il suo contenuto!

Migrant farmers

Dorothea Lange realizzo però altri grandi scatti in quegli anni, come testimoniato dall’ironia della situazione ripresa nella foto accanto dove una pubblicità sembra invitare due contadini in viaggio a piedi su una strada sterrata a viaggiare in treno la prossima volta.

Grazie a lei abbiamo anche memoria di quel che successe all’indomani dell’attacco giapponese su Pearl Harbor: migliaia di americani di origine giapponese, i cui figli fino al giorno prima cantavano l’inno alla bandiera stelle e strisce con la mano sul cuore, furono forzati in campi di concentramento ed etichettati come succedeva in Europa ed in Asia. Non fu un massacro, ma l’America era appena entrata in guerra, aveva tutte le carte per vincerla e lo sapeva. La similitudine nelle pose delle famiglie destinate ai campi e i cartelli sui negozi gestiti da giapponesi, però, ricordano troppo da vicino altre storie, molto italiane e tedesche.

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